OPEN “CAVALLI D’AUTORE”

L’Arte il Cavallo e l’Assisi Endurance 2009. Da semiologo più che da storico dell’arte ritengo che gli eventi nella vita di ognuno, qualunque essi siano, non vengano mai a caso, ma è come se un’Anima universale, cosmica, si occupasse del viaggio di ogni persona nel mondo terreno, razionale, perché possa riunirsi un giorno all’armonia dell’Uno. Molte sono le filosofie e le religioni che trattano questo tema ed è questo che unisce, più di altri temi, molte di esse che altrimenti resterebbero divise su schemi molto spesso razionali, terreni.

Non si spiegherebbe altrimenti il fatto che l’Assisi Endurance si svolga e prenda nome nel luogo che diede i natali a S. Francesco, un uomo che s’innamorò di un Dio che si fa trovare nelle cose semplici, umili, piccole, “minores”, perché nell’infinitamente piccolo Francesco vedeva la scintilla dell’infinitamente grande.

Ed è così che mi piace leggere quest’unione tra arte e lo sport equestre dell’endurance che apre, il 5 settembre ad Assisi, “Open Cavalli d’Autore”, nell’Assisi Endurance 2009. In effetti non potrebbe essere letto altrimenti il sodalizio tra il campione del mondo Gianluca Laliscia, CEO di sistemaeventi.it, che ha fortemente voluto l’Evento e l’avv. Ezio Nimis, amm. unico di Artisse, una società che non promuove soltanto l’arte contemporanea ma fa in modo che l’attività artistica diventi  filosofia estetica e rimanga a memoria di tutti. È così che oggi, più che un tempo, l’opera d’arte diventa ricordo,  documento, storia.


E in questo caso il documento che è stato ideato da uno dei più grandi Maestri contemporanei, Vincenzo Musardo,  è un inno al protagonista vero della manifestazione: il cavallo.
Una leggenda Beduina racconta che il cavallo arabo è un dono di Dio e che le sue origini derivino dal vento del sud. Le tribù beduine che vivevano nella penisola araba e in tutto il medio - oriente, come tradizione, trattavano i cavalli come parte integrante della loro famiglia. La gente Araba ha saputo perfezionare questa razza selezionandola per la sua natura affettuosa, lo spirito orgoglioso, l’enorme resistenza nei lunghi viaggi, la velocità e il coraggio, ottenendo un cavallo che a tutt’oggi ha del meraviglioso e riassume in se tutta la nobiltà e l’aura leggendaria propria di quest’animale.
Il cavallo in ogni civiltà e da tempi remoti ha una simbologia precisa che unisce l’uomo a sentimenti e a valori nobili. E’ simbolo di potere e ricchezza, ma anche di nobiltà e generosità. Il cavallo, nell’immaginario rinascimentale, riassume più d’ogni altro animale i quattro elementi: è aria e vento nella criniera e nella coda; è fuoco nel petto e nei garretti; è terra negli zoccoli; è acqua nel ventre. In una vecchia stalla lessi questa frase incisa su di una trave corrosa dai tarli: “Quest’ animale non si fa domare ne ammaestrare, solo l’uomo stolto pensa questo, il cavallo prova amore per chi lo fa sentire amato e con l’uomo col cuore leale cammina prima col cuore e poi con la mente. Non ho mai saputo chi scrisse questa frase e al posto di quella trave ora c’è una anonima quanto fredda barra di cemento, la stalla non c’è più, oggi in quello spazio pranzano gli ospiti di un agriturismo. Nella mia memoria però è rimasta l’eco di un uomo senza nome né volto che aveva cura del suo cavallo e con lui misurava la sua mente e il suo cuore.
La memoria è ciò che spinge l’uomo a compiere opere che possano rimanere a beneficio di chi verrà dopo, così ha senso la cura e la celebrazione che l’Assisi Endurance  fa del cavallo e l’unione di quest’evento con l’azione culturale, artistica di Artisse.
La memoria che scaturisce da un’immagine creata da un artista è l’anima stessa della società Artisse e Vincenzo Musardo ha la capacità di rendere con la pittura l’effetto istantaneo del tempo che passa e lascia il segno sulla materia. Ogni sua opera è evocazione di un ricordo, è come se la sua pittura volesse riportare l’osservatore a riconsiderare l’azione del vedere che diventa guardare e lasciare che l’immagine possa risvegliare le parti sopite che sono nell’intimo d’ogni persona. Quest’artista prende la materia povera, corrosa dal tempo e dai tempi e gli dona una nobiltà che si trasferisce a quelle figure che aiutano a comprendere una storia scritta o solo letta nei ricordi. Non c’è solo la rielaborazione del materiale usato che fu delle prime opere di Burri, in Musardo il materiale non è icona di un tempo che segna solo ciò che è  “vissuto”, in questo artista il materiale stesso diventa nobile di per sé in quanto è frutto del lavoro, della esperienza dell’uomo, della ricerca dell’Artista per cui l’oggetto raffigurato diviene reperto, documento, frammento e quindi ancora bellezza da rendere icona perché resti a memoria e narri e superi la materia stessa.

 

Nell’opera che ha elaborato per gli Open Cavalli d’Autore, “Archetipi contemporanei – Kavalli”,  Musardo fa sì che la figura diventi simbolo, modulo dinamico che amplificandosi nella struttura e nel significante esalta e armonizza il senso del Gruppo, composto da dieci istallazioni, che si andrà a formare nel clou della manifestazione, il 23 settembre, allorquando ci sarà il Vernissage all’interno della Vip Lounge del Village. Mostra che sarà inaugurata dal Presidente del FPA, Lucio Modestini, alla presenza del “Patron” dell’Assisi Endurance Gianluca Laliscia, del Sindaco di Assisi, Ing. Claudio Ricci, della dott.ssa Anna Caterina Bellati nonché delle più importanti cariche istituzionali e personalità del mondo della cultura, della politica e della finanza. I cavalli che compongono ciascuna Opera sono due ed entrambi sembrano che fermino la loro corsa e guardino indietro. C’è in quest’opera un dinamismo straordinario e insieme una armonia di segno e  di superficie che ricorda le forme astratte che si equilibrano nello spazio delle sculture di Alexander Calder. Ma in Calder non c’era figurazione, la figura razionale era vaga, solo accennata, in Vincenzo Musardo, invece, viene evocata, idealizzata in una sintesi elegantissima. L’opera prima, realizzata in alluminio e foglia bronzo, è stata già acquisita dall’arch. Maria Luisa Colleoni che ha collocato la scultura tra i pezzi della sua preziosa collezione in cui sono conservate opere del Tiepolo, di Tiziano, del Verrocchio e di altri artisti di fama universale. Con Musardo, Artisse, unisce alla cultura dell’arte contemporanea anche la materia della conservazione dell’opera d’arte e della museabilità  di pregio.

Nell’opera di Vincenzo Musardo il Cavallo è come fermato nell’atto di correre nel suo elemento principale: l’aria, il vento, l’energia invisibile che gli antichi pensavano provenisse da Dio che scompiglia capelli e pensieri. Le due sagome s’incastrano e si sostengono delineando altre linee, altri spazi. Una prerogativa dei cavalli insieme è che non fanno mai branco. Questo termine è inteso in genere per altri animali, per il cavallo, che ha una aura più alta di cui io stesso non so parlare si usano altri termini: gruppo, mandria. Quasi che quest’animale avesse anche nella pluralità una individualità precisa. Non c’è mai uniformità nei cavalli ed è anche questo che evidenzia l’opera che Artisse ha voluto proporre per Assisi Endurance 2009. Le dieci sculture che quest’artista ha realizzato, a grandezza naturale, sono state interpretate e fatte proprie da altrettante personalità dell’arte, del design e della creatività italiana:

 

Franco Baldassarre ha dipinto la sagoma disegnata da Musardo con la sua tecnica che ormai lo fa riconoscere tra i maestri contemporanei. Lui  usa colori puri, le forme sono semplici. Cupole che si muovono come giostre in una notte appena iniziata, e poi, i colori squillanti di una festa che si sta svolgendo, finirà inghiottita dal tempo e dai tempi che sono arrivati ma rimarrà viva nella malinconia della vena artistica di Franco Baldassarre. Si percepisce immediatamente la sua poetica immagine fatta di ricordi che sanno di un mondo fanciullesco che quasi vuole opporsi ad una filosofia bieca e mercantile. La forma del cavallo dona ai colori e alle linee di Baldassarre la bellezza di uno scorcio visto tra le ciglia di occhi socchiusi a trattenere un sogno.

 

 

 

 

 

 

 

Andrea Boltro ha dipinto uno dei suoi scorci metropolitani. Ho avuto modo di parlare di quest’artista con Vittorio Sgarbi che ebbe modo di apprezzare i suoi dipinti tempo fa.  Sgarbi dice di che la  sua qualità primaria sta nel saper annotare le situazioni che solitamente sfuggono a uno sguardo meno attento e che riguardano la folla anonima che fluisce senza sosta nelle nostre strade cittadine. Io aggiungerei che in quest’opera e in questa situazione di non casualità Andrea Boltro ha saputo unire la malinconia di Edward Hopper alla poetica dinamica e giovanile che fu di Umberto Boccioni. In Boltro le immagini delle metropoli diventano icone, quasi che il vivere stesso nella semplicità e nell’anonimato della città sia da immortalare perché abbia la stessa dignità di una rinascimentale Monna Lisa. La tecnica è ineffabile, quasi stoccate di colore che bilancia sapientemente con grigi, scuri, neri e colori brillanti. In questa opera è come se il cavallo di Musardo divenisse la sagoma che si forma cancellando con il dorso di una mano il vetro appannato di quel treno che non torna mai da dove è partito, solo la mano dei poeti e dei pittori come Boltro ci aiutano a far sì che il tempo, se non si può fermare, possa almeno colorarsi.

 

 

 

Vincenzo Napolitano è un artista che più d’ogni altro riesce a dare coscienza alla pittura astratta dandogli la facoltà di permeare l’interiorità stessa della persona che, nella pittura di Napolitano, diventa immagine di un  percorso interiore, come se la forma fosse l’involucro e il colore l’anima che la forma tenta di contenere. Se nel dopoguerra si era definita una crisi della riconoscibilità del linguaggio, Napolitano è colui che ha perseguito una ricerca di superamento della forma proponendosi di raggiungere con il colore e una tecnica formidabile, finalità di ordine etico e spirituale. Le opere di Napolitano sono la traccia di un percorso che inizia partendo dall’immagine per accedere al liquido cromatico, primigenio, embrionale. La sua pittura è una splendida analisi che porta a riflettere sulla distinzione tra caos e disordine. In questo artista l’apparente confusione di colori è il caos da cui prende forma il pensiero che diventa immagine, creazione, creatività. In quest’opera l’energia magmatica dei colori messi con il lavoro sapiente ed esperto di chi sa accostare toni complementari a quelli neutri si unisce al movimento della sagoma di Musardo e il tutto, nella sinergia che Artisse ha saputo compiere, acquista una dinamicità nuova, più intima.  

 

 

 Maria Luisa Colleoni si è cimentata per la prima volta come pittrice per questa occasione. Affascinata dall’opera di Musardo ha deciso di rendere omaggio al Maestro esprimendo col suo lavoro tutta la sensibilità di raffinato architetto, designer ed esteta che le é propria. Lei discende dal grande condottiero Bartolomeo Colleoni che da fine XIV secolo a quasi tutto il XV fu grande condottiero, inventore di nuove macchine da guerra e riuscì a chiarire intrighi di palazzo e a metter pace tra i potenti dell’epoca. Da ragazzo si unì con Braccio da Montone che era umbro e quindi possiamo dire che Artisse con L’Assisi Endurance 2009 in questa atmosfera di non casualità, unisce dopo quasi 700 anni ancora il perugino con il bergamasco. Con quest’opera Maria Luisa Colleoni, come lo stesso Musardo ha avuto modo di dire, esordisce con un’opera in tutti i sensi “stellare”. Ella dà una connotazione tutta femminile alla sagoma equestre di Musardo che si veste di infinito cosmico. E Maria Luisa disegna con mirabile accuratezza le geometrie celesti in un blu che sa di magico e muliebre. È come se avesse dipinto l’orgoglio mistico femminile contro un mondo misogino e patriarcale che nel cosmo si armonizzano. È come se in quest’opera avesse sintetizzato il concetto teologico delle chiavi che gli artisti mettono in mano a San Pietro: Oro e Argento, maschile e femminile, in equilibrio nella sapienza del Dio dei cieli. Quasi che la sua composizione voglia riportare l’osservatore allo spazio infinito dell’universo là dove le stelle diventano punti essenziali per ritrovarsi in un mare che altrimenti farebbe naufragare anche il più esperto dei naviganti. È una raffigurazione, quella della Colleoni, che ha il sapore di un misticismo antico che riscopre il Matriarcato, non a caso lei inserisce delle pietre lucide che risaltano sulla superficie resa tridimensionale dalla mimesi astrale. È come se il cavallo decorato da Maria Luisa Colleoni fosse una nuova Afrodite che, citando il quadro di botticelliana memoria, addormenta il maschio, condottiero Ares e finalmente nel suo cuore mette l’armonia del cosmo.


Leonardo Chionna è un artista che fin dagli anni settanta ha elaborato tematiche emozionanti che coinvolgono l’osservatore fin nell’intimo tanto che fu definito dalla critica di allora come una sorta di “sciamano” dell’arte contemporanea.  Egli infatti fa sì che nei colori e nelle forme sia nella pittura che nella scultura venga data rappresentazione all’universo interiore che è sopito da una società bieca e senza spirito. È come se lui volesse dar forma a un mondo senza tempo, parallelo a quello razionale e questo suo mondo ha i suoi tempi che si misurano con i reperti ed è anche per questo che io credo, lui usi lasciare traccia di uno pneumatico sulle sue opere e anche in questa. È anche per una ricerca di una nuova spiritualità che nei primi anni della sua carriera lo porta a esporre in luoghi non luoghi: chiese, castelli, boschi e spiagge isolate, posti dove gli antichi credevano che si potesse rivelare l’Assoluto. In quest’opera il movimento della sagoma del cavallo conferisce alla cromaticità di Chionna una tensione particolare che riporta la filosofia estetica di quest’artista a quel che fu la sua genesi pittorica nei primi anni settanta. La forza di Leonardo è che la sua pittura diventa il suo verbale, la sua voce, la sua storia. È come se fosse messaggero di un Dio che lo sovrasta di cui l’artista percepisce il fascino e insieme il timore. Come quando si è davanti a un cavallo libero, ancora da domare, si resta ammirati dalla potenza e dal vigore, ma nel contempo si avverte anche la paura di confrontarsi con una entità che non può essere misurata con i parametri umani. In questa opera ho provato la stessa emozione che mi donò una immagine di Turner è come se si fosse davanti a una potenza cosmica che finalmente viene a scuotere le coscienze e a liberarci dal torpore di quest’epoca. Questa immagine ha la forza di quelle tempeste che sembrano rovinare tutto ma passata la burrasca rimane un cielo pulito come mai lo è stato.

 

Tina Antonelli è l’anima poetica di questo evento, questa donna ha una capacità innata di rendere l’arte oggetto prezioso da curare ed esporre come fosse un gioiello. Le opere che diedero inizio alla sua carriera sono immediate nel loro significato hanno il sapore di quei sentimenti antichi che rimangono giovani nel cuore. Ogni opera ha un filo conduttore: la poesia malinconica di chi spera contro tutto e tutti che il sogno possa divenire realtà. Persino nelle ultime opere dove prende forza il concettuale Tina Antonelli riesce a creare una atmosfera di fantasia fanciullesca che sa di religiosità. In quest’opera è riuscita a fondere il femminile del colore argento, e l’energia del mistero che per i piccoli risiedeva sull’astro femminile per eccellenza: la luna. La superficie del cavallo è digitalizzata resa ruvida come se non fosse stato il tempo e i tempi a trasformare una superficie che in origine era liscia ma fosse piuttosto la forza rigeneratrice di quei pensieri che nascono dalla ragione dei sentimenti.

 

 

 

 

Susi Zucchi Nasce a Carpi (MO) ove risiede e nelle sue opere io colgo la generosità e il calore che solo le donne di questa terra possiedono.  Lei comincia a dipingere in età post-adolescenziale ma è quando matura un cuore di ragazza in un copro di giovane donna che riprende con maggior assiduità la sua produzione artistica, consolidando la sua tecnica che attualmente si basa sul polimaterico, avvalendosi di pittura acrilica, stoffe, filamenti di juta, frammenti di vetro ed altri materiali. Qualcuno ha definito le sue opere come un richiamo "barocco", io credo che pensare al barocco dopo aver visto le sue opere è come assaporare del cioccolato senza toglierlo dall’incarto. Susi Zucchi prende elementi e oggetti che hanno a che fare con l’ornamento, con la tessitura e compone le sue opere equilibrando tonalità cromatiche e oggetti collocati come un collage e riesce a ottenere un equilibrio di colore linea e forme che risentono dell’insegnamento che fu di Piet Mondrian sia nella sua esperienza formale che in quella concettuale ed astratta. Ogni parte della sue opere è sapientemente giustapposta e premette, armonizzandole, le altre. C’è musicalità nelle sue opere, come se ogni tonalità sia di colore, sia di linea che di forma sia orchestrata perché l’insieme risulti intonato. In quest’opera il cavallo di Musardo si veste di trine, merletti, ricami che hanno la stessa suggestione di vetrate di chiese, rosoni romanici, volute e intarsi antichi che si uniformano nel candido colore della sposa: il bianco. E i chiari scuri che si formano con le textures sono felicemente armonizzati con un tocco di rosso, la passione, l’amore, quella voluttà che esce dal cuore e inebria le menti di chi sa guardare col cuore prima che con gli occhi.

Giulio Serafini. se c’è una linea che unisce tutti gli artisti che partecipano ad Assisi agli Open “Cavalli d’Autore” è il femminile, è come se l’energia arcaica della Dea Madre avesse permeato l’ispirazione di questi artisti, Musardo per primo. E l’evidenza di questo si trova in quest’opera e nell’attività di Giulio Serafini. Lui nasce nella città che fu del pittore aulico Raffaello Sanzio, ma anche del battagliero Duca di Montefeltro. E se Raffaello seppe dare grazia al tormento michelangiolesco e autentica femminilità a quella misterica di leonardesca memoria, posso affermare che Serafini ha profuso nella sua produzione artistica da un lato, il misticismo che deriva da chi guarda il cielo per cercare nuove rotte e nuove vie, diverse da quelle che oggi sono indotte da un mondo sempre più mercantile, dall’altro, ha saputo infondere  la forza di chi vuole imprimere questo concetto solenne nella forza di materie dure come la pietra appenninica o il metallo. Serafini è come un uomo dal cuore di bimbo che si entusiasma nel vedere gli astri e tra questi indica col dito quello che simboleggia la madre, la femminilità: la luna.  Raffigura la luna, le stelle, il sole e le imprime nei materiali che derivano dal fuoco e dalla terra come se le stelle fossero l’origine da cui tutto proviene. Se in Pomodoro c’è una ricerca di un concetto che diventa segno statico e quasi a riassumere un concetto cosmico, in Serafini c’è la volontà di ritrovare nuovi segni, simboli che abbiano la stessa dignità di una mappa e bussola nuove. Il bambino indica la luna ma lo sciocco si ferma a guardare il dito…


Ciro Palumbo tinge tutto di fiaba, di mito, di sogno. La sua formazione nasce come disegnatore pubblicitario, fa la professione di grafico e qui a mio parere assimila in maniera indelebile la capacità di comunicare in maniera diretta con una figurazione che è allo stesso tempo simbolo figura e logos.  
Nella sua pittura si scorge la didascalica funzione che hanno certe immagini quando il verbale perde la sua forza e ha bisogno della fantasia perché il racconto raggiunga il cuore, alla mente e diventi un’unica cosa con l’anima. Palumbo risente dell’insegnamento che fu di Dalì, Magritte e soprattutto De Chirico, ma se in questi tre maestri universali il messaggio resta concetto da sciogliere con un processo prettamente mentale in Palumbo la figura entra nel cuore in maniera diretta. Lui usa gli oggetti e i colori che sono del mondo del fanciullo e ha la capacità di coinvolgere direttamente la memoria di chi guarda e risvegliare i ricordi più belli, quelli che non si cancellano mai perché ci appartengono fin dal principio.  Lui cerca il cuore di chi osserva e ha la pretesa che chi guarda le sue opere spenga la mente e attivi il cuore e con esso la ragione dei sentimenti. Ciò che vuole Palumbo è che si riscoprano le sensazioni, le emozioni e si arrivi alla ragione del cuore. La sua notte come in quest’opera si tinge d’aurora e supera le tenebre che coprono un mondo incantato rimasto così come lo aveva lasciato un bambino che ora guarda con gli occhi di un uomo.
Per quanto riguarda la decima scultura di Vincenzo Musardo posso solo anticipare che è stata affidata all’architetto Gianfranco Quarti il quale realizzerà con essa una sua istallazione, uno Special - Project, che ha per titolo:  “3x6x9”. Altro non è dato, al momento, sapere. Un mistero che verrà svelato il cinque settembre ad Assisi al momento della sua posa in opera.

Alberto D’Atanasio
Docente di Storia dell’Arte e Semiologia dei Linguaggi non Verbali
 

 

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ASSISI ENDURANCE LIFESTYLE

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Meydan City FEI Open European Endurance Championships
17 – 27 settembre 2009

Musardo Assisi

L'opera del Mestro Musardo è costituita da due sagome in alluminio che intrecciandosi danno vita a una scultura dall'effetto tridimensionale a grandezza naturale (170cm di altezza e 200cm di larghezza)

"Con la sua nuova opera scultorea Vincenzo Musardo rende omaggio alla grande età classica. In particolare l’attenzione dell’artista è rivolta alla figura di Fidia, lo scultore per eccellenza, colui che impresse a questa forma d’arte l’urgenza della realtà.
I due cavalli di Musardo, liberi e selvaggi, corrono appaiati e sono tanto vicini da sembrare un unico animale a due teste.