I SOGNI TANGIBILI DI VENCENZO MUSARDO
Paolo Levi

Questo mio scritto, o meglio doveroso omaggio al maestro Vincenzo Musardo, desidera tenere conto della terra di Puglia, che ha dato, tra l'altro, i natali a un sensibile e geniale critico d'arte, mio maestro, ora defunto.
Luigi Carluccio era nato a Càlimera, ma per vicissitudini familiari negli anni Trenta si era trasferito a Torino.
Le sue note critiche sul quotidiano "La Gazzetta del Popolo" sono state lette e temute dal pubblico per tre lunghi decenni.
Venne a mancare alla fine degli anni Settanta e. purtroppo, non potè portare a termine il mandato di direttore della Biennale di Venezia, né venire a conoscenza e godere della ricerca pittorica e plastica di questo suo conterraneo, dalle radici greco-arcaiche.
Quando ero un giovane apprendista della lettura e della scrittura critica - quella che mi porta ancora oggi a muovermi con tensione e commozione di fronte ai lavori dei pittori moderni e contemporanei - Luigi Carluccio mi inquietò,un giorno all'improvviso, con un sintetico avvertimento. Mi disse: "il critico d'arte e l'artista hanno in comune la forza della solitudine".
Devo dire che all'inizio ho giudicato il messaggio come un'eccessiva posizione aristocratica e romantica.
Poi, col passare degli anni, ho riesaminato il senso di questo segnale sulla condizione umana dell'artista e di noi decodificatori di immagini.
Ha, per esempio, radici romantiche il mito di Prometeo, semidio trasgressivo, eroe solitario incatenato a una roccia di montagna, a cui gli uccellacci intorno rodono il fegato, perché ha osato scendere tra gli uomini e portare il fuoco della conoscenza, disobbedendo a Giove.
Questo mio scritto sul mestiere sapiente - espressivamente struggente e suggestivo - di Vincenzo Musardo (Mito del sud. Cultura d'oriente -II.1.2), tiene conto della puntualizzazione squisitamente intellettuale, di Luigi Carluccio sulla solitudine tra critico e artista, quando è saldamente dialogica e responsabile.
II maestro di Galatone, cantore arcaico e immaginifico del Mito è, in un certo senso, un Prometeo dell'arte, messaggero solitario e metarcaico di civiltà mediterranee scomparse, dove primeggia quella egea - che ben vive nel suo inconscio personale - archetipo che si esprime e che si frantuma sulla tela attraverso i più diversi tasselli della memoria (Cabala, L'auriga, Nudi frammentali, La caduta del mito-tt. 4,5,6,7).
Sin dagli inizi della sua ricerca espressiva - parliamo di più di trentenni fa - Vincenzo Musardo approfondisce una certa classicità figurale. In queste sperimentazioni egli riesce a dare il meglio di sé esprimendo una vivace e giovanile ambizione.
Ogni composizione porta in luce l'autobiografia di un poeta del colore, preoccupato di fronte ai temi onirici da rappresentare e che dimostra urgenza nel condurre una propria analisi sulle proprietà del colore, sulle forme come percezione visiva immediata.
I temi affrontati nei primi anni sono già "alti", perché tendono al mito come ri-conoscenza di un inconscio personale, dove aleggia la perduta civiltà mediterranea.
La notevole maturità creativa di Vincenzo Musardo - pensiamo non solo ai dipinti, ma anche alla magnificenza della sua produzione grafica su carta - la si comincia a godere pienamente dagli anni Novanta ad oggi. Sono anni, questi, in cui egli costringe l'osservatore a controllare e ad assimilare otticamente l'opera in un meccanismo percettivo, frutto di un'elaborazione di notevole livello stilistico.
Nella loro diversità espressiva ricordiamo composizioni come Mapplethorpe, II mito di Achilìe, Le stagioni (It.8.9.10).

I temi pittorici di Vincenzo Musardo sembrano mostrare una nobiltà di narrazione anti letteraria, pensiamo ai misterici reperti della composizione Civiltà (lt.11). Sono tematiche nobili, e quindi "alte", perché portano sulla scena della tela la posa eloquente (Tauromachia, ft. 13). l'aura retorica e grafitica (Strutture dei miti, ft. 14) e, quindi, l'aura nobile (Klassìca, ft.15).
II mezzo tecnico utilizzato da Vincenzo Musardo - direi alchemico per l'uso della terra, dell'acqua, dell'aria e del "fuoco" ha, comunque, un suo mistero (l'autore non ci aiuta con rivelazioni trasparenti). Eppure questi suoi lavori, dove il pigmento avvolge e si cimenta con altorilievi terrosi, hanno una propria virtù che non impedisce di "vedere" che cosa c'è dietro di antico e di presente, di denso e di "perduto". La dote di questo signore della tavolozza, maestro di reperti frantumati, dove la memoria archeologica si sposa alla poesia e la cui originalità ben si coniuga all'originarietà di un utopico scavo, (Veneri comparate. Simbologie, fi.76 17) dimostra la colta e passionale esigenza di essere "nuovo" e "significante".
Sono anni che Vincenzo Musardo mi stupisce e - come dire? - mi pone parecchi interrogativi tramite questi suoi ambigui messaggi visuali.
Sono altorilievi dai complessi significati, di arcane civiltà sepolte - non dimentichiamo il mitico mare Greco che trasparente s'infrange lungo le civili coste di Puglia.
In effetti, Musardo è un colto ricercatore di perdute solennità.
Sono, le sue, rappresentazioni di silenzi, di stupori, visioni della memoria come le recenti composizioni Arianna, Religiosità romanica (ft.18.19).
Dipinti dal respiro epico dove il maestro metarcaico ha scelto certo la tradizione, ma il suo inconscio antico lo porta a muoversi all'ombra di luoghi sconosciuti (La caccia, Civiltà italiota, H.20.22), con la volontà, ben precisa, di distinguersi per invenzione tecnica, per l'autenticità e trasparenza di spirito.
Egli presenta la dote del compositore che non ripete mai se stesso, che non esegue futili finzioni e variazioni sul tema .
Anzi, l'originalità di Vincenzo Musardo sta proprio in questa sua solitaria tensione, in questa sua unicità nel sapere e nel riuscire a indagare nuove terre e nuove magie di frantumazioni arcaiche. Anche nella loro diversità e complessità narrativa - e nella loro opposizione tematica-significante - opere come Citazione del mito, Lunigiana, Mito greco, (fl.23.24.25)trasmettono sapientemente la sua sigla, il suo umore e amore per il reperto all'insegna della rivisitazione.
In certi messaggi - in non poche sue poesie pittoriche d'alta capacità tecnica, vedi la delicatezza della Natura antica itt.26) - Vincenzo Musardo traccia le sue origini mediterranee favolose e l'intensità di un ricordo trattenuto.
Egli è un cantore, un maestro della pittura che non fugge da qualche cosa che gli appartiene, ma vi fa ritorno con umiltà, rimettendo insieme i segni-segnali, reperti che conservano il ricordo e il senso dell"'originale antico" (Romanità, Frammenti, Cavalli, ft. 27.28.29).
Le sue radici arcaiche lo portano a "rimpatriare" e a "ricodificare", lungo un processo figurativo assai complesso, la preistoria di un dio guerriero, di una dea pagana o di un animale sacro e a recare nel contemporaneo, direi nella post-storia, l'esplosione del primitivo che culmina nel quadro "nuovo", "non storico", nella originalità assoluta della visione pittorica, dove, grazie a un artificio che solo Musardo conosce, esplode la luce e implode l'ombra.
Nascono, in questo modo, spostamenti di reperti che nella geometria mentale di Vincenzo Musardo prendono il senso di una nuova meta, nuovi salti di situazioni formali, dove l'osservatore ritorna non nel Paradiso Perduto, ma nel Labirinto della nostra origine psichica (Angelo, Auriga con donna, Nudo alla colonna, L'ascendente, ft. 30.31.32.33).
Perché questi lavori riescono a essere così affascinanti? In verità, la risposta è più di una: vengono incontro all'osservatore, intanto, gioia e stupore per una visitazione o, meglio, "rivisitazione" di un momento magico del nostro inconscio (Massica, ft.15). Ma non solo. Vincenzo Musardo. con abilità espressiva contemporanea, ci riporta alla cultura del reperto museale, in chiave illusoria, ma ricca di pathos per un passato ormai in frantumazione o di memoria profonda (Twin Towers, Cadute, tt.35.36)
Ciò che conta per Vincenzo Musardo è sempre l'alta qualità della rappresentazione del microcosmo scenico del materico splendore e spessore cromatico, la forza con cui pone in risalto l'illusione del museo ritrovato, che solo il suo occhio - quello, in verità, della sua coscienza e della sua spiritualità - ha saputo cogliere. Nella sua sperimentazione figurativa conta il mistero, la vita di relazioni tra un nudo di donna disteso, due profili di guerrieri, un toro, una scala e due punte di lancia (Simbologie contrastanti, ft.37) i legami contrappuntistici tra scena e scena (L'eroe delia caccia. Elìos, Frammenti d'ocra, It.38.39.40) i richiami, i rinvii (Vene/e e guerriero, Laporta del so/e, ft.41.42) di citazioni (Nudo disteso.lt. 43).
Come si può notare possono essere numerose le chiavi di lettura della produzione pittorica di questo maestro europeo, di radici mediterranee. Egli è pittore di richiami figurativi incrociati, di continue e sapienti interferenze visive, di scambi tra figure (Archetipo dei contenitori, ft.45) di giochi e di presenze volutamente barocco-leccesi.
Nella storia dell'arte moderna, se si vuole cercare e dare una dotta paternità all'opera di Vincenzo Musardo, la si ritrova solo attingendo, in piccola parte, a certa sperimentazione di Mario Sironi. Come il grande sardo introverso (milanese d'adozione), anche il nostro Maestro opta per forme arcaiche - nel suo caso però di taglio apollineo - dall'energia quanto mai forte, perché per entrambi l'immagine deve risultare assoluta,
I motivi materico-plastico di Vincenzo Musardo sono, infatti, fuori dal relativismo della cronaca e non attingono ad alcun avvenimento mitico-storico. Sono narrazioni, affabulazioni volutamente interrotte, dove l'artista pare privilegiare più la finzione della storia Irasmutata in gioco mitologico che la vita.
La sua arte di dimensione europea non si spreca mai nello spontaneismo e niente concede all'aneddotica. Le sue narrazioni visive rifiutano la trappola dell'essenza mitologica riconoscibile (Venere giudicata, Ellenismo, ft.46.47) e approfondiscono l'illusione visiva, come possibilità e vocazione concettuale dell'arte contemporanea.
Lavori di data recente come Carro arcaico. Amazzone, La cacciata (tt.48.49.50), porgono un'incessante ricerca di compostezza persuasiva ed avvincente come nell'arte arcaica. È Vincenzo Musardo stesso che definisce, in modo appropriato, la sua ricerca figurativa come metarcaica. I risultati sono a portata d'occhio: vengono incontro, appunto, immagini di grande respiro e di indubbia originalità, riflesso di compostezza di ritmi, straordinariamente liberi (Contenitori (nudi), fi.51) e puri (Strutture della memoria, tt.52). Egli seduce ma nel contempo è sedotto egli stesso, grazie a questo suo immergersi nella memoria arcaico-phmitiva, fatta di icone (spesso la dea Isthar è di casa), di giochi visivi, integrativi, con il passato non solo greco, ma anche egizio, etrusco e bizantino.
Vincenzo Musardo in tutti questi anni ha sapulo accumulare esperienze, interrogarsi e darsi risposte. Così dobbiamo riparlare della sua solitudine interiore, quella antica di Prometeo, che domina con sapienza il mestiere, per poter porgere tracce di "verità", tramile una scrittura pittorica che non ha eguali, ricca di accorgimenti (Orfeo. fi.53) di segreta inventiva (Pavoni, ft.54). di soluzioni fulminee (Romanità asimmetriche, ft.55) oppure lasciate, volutamente. in sospeso (Mfo arcano, ft.56). Sono invenzioni del cuore e della mente di un maestro dell'arte contemporanea, fuori da qualsiasi lusinga metastorica. L'unico snodo espressivo "forte" - oltre, s'intende, alla sapiente finzione mitica- è l'eccezionale macerazione materica, fatta di impasti, gradevoli al tatto, frutto di una terra che egli sa impastare e "saldare" e che colora con l'olio e l'acrilico.
I supporti materici compositi su cui lavora il "Maestro, che scolpisce la tela", da un lato rallentano e rendono più faticosa l'esecuzione delle opere, dall'altro esaltano la complessa elaborazione, il momento della riflessione e l'ansiadel risultato: ogni opera porta con sé un'emozione amplificata e arricchita da un impegno profondo e viscerale.
II poetare, per immagini, di Vincenzo Musardo ha, a volte, qualcosa di dolente (Mito arcano, ft.56), di tormentosopaiono ombre dall'Ade - figure gessose, statuarie, cavalli spezzati, cavallucci sezionati che agiscono "al di qua" della scena. Tutto per Musardo è oggettivo e pittorico. II suo Olimpo, purtroppo, è slato abbandonato da tempo dagli dèi. Nel suo solitario monologare appare sovente un silenzioso cruccio per questa devozione verso un passalo arcaico che poggia sull'inafferrabile, su una serie di inevitabili frantumazioni dovute al tempo che, senz'appello ferisce il concetto di eternità - ferita che Musardo riesce, in parte, a lenire tramite un colore ruvido che porta in luce immagini plastiche, statiche, finto-marmo.
La quotidianità apparente di queste figure non ci permette di scoprirne il ruolo (Strutture verticali della memora, tt.57) o se siano figure semplicemente araldiche (Nudi e fiere, f! 58) Comunque sia, l'artista nasconde nel suo animo un senso romantico e nostalgico del passato, quasi recitasse o ripassasse in solitudine "I Sepolcri" di Ugo Foscolo, Ogni composizione è un gioco aprospettico. ma nel contempo possiede una sua regolarità geometrica anche, e soprattutto, nella complessa distribuzione di luci e ombre
Questi lavori, accostati gli uni agli altri, nel loro prolungamento dimensionale, portano alla ribalta uno spettacolo dentro lo spettacolo, dove non c'è un ordine gerarchico. Non è forse questo l'universo intangibile dell'Ade?

 

MUSARDO, ARCAISMO E CONTEMPORANEITA'
Mario Ursino

Tale è il compendio di storia e la capacità di sintesi nelle suggestive opere create da Vincenzo Musardo con personalissima tecnica (oli polimaterici) e tale l'alto grado di simulazione in queste pitture a rilievo, da evidenziare subito una perizia che , di per sé, è già uno straordinario artificio e dunque è arte.
Ma non è solo, ovviamente, l'impiego prodigioso di colle, terre, colori, delle crettature e dei graffiti impressi a queste imitazioni di simulacri primitivi, arcaici (l'artista ha coniato il termine "metarcaico" per alludere ad una evocazione che è al di là e al di qua dell'arcaico), perché Musardo fissa inoltre queste immagini secondo una propria geometria illustrativa su piani di fondo ordinati, ma sarebbe più esatto dire orditi, per corrispondere ad una tessitura cromatica, ad un astrattismo che riconduce istantaneamente quelle effigi del nostro passato remotissimo ai più tipici valori formali della contemporaneità
Quella materia che vediamo emergere, infatti, affiora consistente e corposa a definire libere copie da frammenti di sculture (marmi, terrecotte, bronzi), rilievi di brani architettonici, di stele votive e funerarie, metope, e una ricorrente figura di Venere "classica", simbolo e forse archetipo di una maternità rupestre, della stessa natura calcarea e tufacea dell'antichissima Apulia-lapigia, terra di origine dell'artista.
Al nostro artista, però, non è bastato dipingere reperti, come hanno già fatto illustri grandi maestri del passato (a partire dal Rinascimento con spiccato gusto antiquario) come il Mantegna, e poi Tiziano, e i pittori di rovine del Settecento fino al contemporaneo Giorgio de Chirico, il quale consigliava ai pittori "di copiare molte statue", no Musardo ha voluto altresì rendere "tattili" questi frammenti, non solo nel senso metaforico che questo termine aveva per Bernard Berenson nello stabilire la qualità di un dipinto, ma anche per un involontario procedimento da ricercatore entomologo che raccoglie le varie specie e le serie dei coleotteri per il suo catalogo scientifico e collezionistico.
Demiurgicamente, perciò, Musardo allinea nelle sue tele le raffigurazioni che maggiormente affluiscono nella sua mente di conoscitore e studioso di antichità italiche, che però combina, appunto, con rara capacità di sintesi, con immagini tipiche dell'arte moderna e contemporanea, non esclusa la fotografia di autore come genere a sé.
Si è detto, non senza ragione, dell'influenza di Mondrian sull'opera di Musardo. E' vero, ma non senza qualche differenza. La citazione mondrianea è palese in taluni suoi dipinti, ma risponde anche ad un'esigenza di sistemazione seriale degli arcani soggetti, della loro lettura sotto differenti esposizioni di luci e colore per tentare di trarne un significato, o semplicemente di farne rivivere il senso del magico perduto.
Quindi la freddezza e il rigore del maestro olandese, la sua chiarezza geometrica agiscono qui funzionalmente ad esaltare il fascino emotivo suscitato dagli arcaici indecifrabili reperti che diventano "eroi", "guerrieri", "veneri" con il filtro sensibile e fantastico dell'artista.
Più sovente, invece, Musardo costruisce un'immagine infranta ove al taglio geometrico di fondo fa riscontro l'informalità di scorci, in prevalenza piatte campiture di neri e rossi-ocra, entro i quali si allunga, si distende, si siede la "Venere classica". E' un'astrazione a noi nota, di marca prettamente italiana, rintracciabile nelle opere di Burri degli anni Ottanta: i famosi "Cellotex", monumentali cadenze di forme come ritagliate dal bisturi a scandire bicromie uniformi ed estese; esse sono divenute ridotte modulazioni in Musardo nell'avvolgere e saldare le sue "Veneri" al tempo stesso arcaiche e novecentesche.
Se l'influsso dello scultore francese Maillol (1861-1944) è dallo stesso artista dichiarato per l'evidente comune richiamo al mito della classicità, altrettanto incisivo appare il collegamento di queste "Veneri" al classicismo propriamente italiano degli anni Venti di Sironi e di Arturo Martini, la cui silenziosa aura metafisica si addice al Musardo più che il loquace Marino Marini, al quale pure in certo qual modo è stato giustamente raffrontato. Ma il plasticismo di Marini è animato da una forte tensione ideale, le sue forme arcaiche liberano i moti della spiritualità (non a caso le sue sculture guardano sempre e si slanciano verso il cielo); inoltre, come ha scritto Argan, egli ha assegnato alla forma "una sostanza illimitatamente umana"; viceversa in Musardo la materia delle sue figure rinvia esplicitamente alla petrosa, in fondo immutabile, sostanza terrestre, dove gli uomini passano, e restano solo il mito e la storia (il ricordo di Diomede è ancora vivo in questa porzione della Magna Grecia); e ancora, l'immagine infranta di Musardo ci ricorda che l'antichità può essere ricostruita solo per frammenti, secondo la poetica di piranesiana memoria.
Il primitivismo, il formalismo classicistico possono così, per spontanea associazione mentale, abbinarsi alla essenzialità e alla purezza teorizzata e praticata appunto dai grandi maestri dell'arte italiana nei primi decenni del secolo, come Carrà, De Chirico, Morandi, Soffici, Melli e altri ancora".
Inoltre l'artista tiene particolarmente conto dell'asciutta spazialità architetturale "novecentesca" nel sistemare gli antichi reperti che paiono assemblati da un libero manifestarsi dell'inconscio o del sogno.
Ma il gioco della sintesi ci appare ancora più singolare quando l'artista riunisce in tre rigorosi e distinti scomparti geometrici che sembrano fotogrammi (di nuovo affiora Mondrian) un rilievo espressivo e graffito che rappresenta un cinghiale (allude forse Musardo alle incisioni paleolitiche della famosa "Grotta Romanelli" nel territorio di Otranto, cioè in lapigia?); più sopra appare l'effigie di un probabile sorridente Apollo, che sembra derivato dalla testa dell'Apollo, in terracotta, dell'Acrotero del Tempio di Veio (500 a.C.), Roma, Valle Giulia.
Entrambe le raffigurazioni guardano ironicamente verso il terzo rettangolo-fotogramma che contiene un altro possente rilievo ripreso da una delle più diffuse foto di Robert Mapplethorpe (1946-1988): un nudo (androgino) in vigorosa tensione muscolare e scultorea a ricordare le parole dello scomparso artista-fotografo: "E realmente io vedo le persone come delle sculture".
E sempre dalla fotografia Musardo ci propone un'altra originalissima opera dell'antichità, l'Efebo di Selinunte.L'immagine del celebre giovinetto, più conosciuta forse attraverso le illustrazioni, induce l'artista a riprodurla in progressione seriale alla maniera di certe serigrafie di Andy Warhol; qui la silhouette della testa, vista di profilo, si ripete sulla tela otto volte (e quattro volte all'interno della seconda fila), ogni volta però sotto differente angolazione di luce e colore, e sezionata da un taglio di nero da fotogramma, il più emblematico dei richiami al nostro tempo.
Tuttavia non possiamo fare a meno di rilevare anche qui la trasposizione in pittura di un moderno classicismo dovuto proprio all'influenza nelle arti del mezzo fotografico, e ci sovvengono al riguardo le illuminanti parole di Arturo Carlo Quintavalle a conclusione di un suo articolo sul "Mese della Fotografia" di Parigi dalla VI edizione: "La foto come meditazione "sublime" resta infatti sempre destinata a pochi ma tutta l'immagine fotografica registrata chimicamente, che sta per scomparire di fronte alla veniente registrazione elettronica, acquista, proprio in quanto tecnica ormai "arcaica" una particolare "aura" e, per questo, finisce tutta al museo".
E quindi Musardo, nell'assumere nelle sue tele, come abbiamo visto, questo ultimo elemento neo-arcaico, conclude sapientemente la sua originale epitome di storia dell'arte.

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17 – 27 settembre 2009

Musardo Assisi

L'opera del Mestro Musardo è costituita da due sagome in alluminio che intrecciandosi danno vita a una scultura dall'effetto tridimensionale a grandezza naturale (170cm di altezza e 200cm di larghezza)

"Con la sua nuova opera scultorea Vincenzo Musardo rende omaggio alla grande età classica. In particolare l’attenzione dell’artista è rivolta alla figura di Fidia, lo scultore per eccellenza, colui che impresse a questa forma d’arte l’urgenza della realtà.
I due cavalli di Musardo, liberi e selvaggi, corrono appaiati e sono tanto vicini da sembrare un unico animale a due teste.