LA STAGIONE COME TEMPO INTERIORE
Paolo Levi

L’astrazione di Giulio Serafini ha attinenze sofisticate, quasi romantiche, del tutto inedite; non solo egli esce dagli schemi, liberandosi dai modelli codificati, ma il suo volo alla scoperta del cielo notturno è come il canto solitario di un Pierrot Lunare. Il tempo per lui è la misura dei cicli terrestri e solari. Poeta della tavolozza ma anche nella sensibilità dei titoli significanti delle sue composizioni, la sua stesura pittorica, dal raffinato gioco tonale, va intesa come un sentimento di rigenerazione. Si tratta di una serie di momenti pittorici, da leggere come l’immanenza di profonda partecipazione. L’artista utilizza il proprio strumento di lavoro per apporre con sensibilità i colori sul supporto, percorrendolo secondo un misterioso ritmo interiore, ridisegnando, con una scrittura semigeometrica, tonale e con taglio espressivo antinaturalistico, l’immanenza temporale dei corpi celesti. Questo pittore opera attraverso il filtro dell’astrazione, alla ricerca di uno stato d’animo, evocando scansioni figurali e allusive di cerchi, semicerchi, giocando con le matrici tonali, e guidando il gesto di stesura in modo programmato. Il ritmo segreto dei suoi cieli onirici inizia da un flusso di coscienza e si traspone nel gesto creativo, svolto come un percorso di momenti improvvisi e di meditazioni tradotte in ombre e luci. La sua ricerca, prima ancora che una risposta nei confronti del visibile non raggiungibile, è una tensione verso la trascendenza. Sulla tela il suo pigmento gode di un’inedita durata vitale. La risposta che giunge da queste composizioni non è certo confinabile in classificazioni di stile, in quanto è musicalmente astratta. I segni e le masse vibrano di toni, essendo il prodotto di sovrapposizioni e contrappunti armonicamente orchestrati. Tra la partecipazione dell’artista alla materia segreta del tempo e la sua materia astratta, si percepisce l’effetto di un patto segreto, o di una sorta di idillio che, a livello di narrazione, si sottopone allo sguardo come poesia visuale. Si dispiega così la forza di un’apparizione portatrice di messaggi , nati da una coscienza solare, dopo aver intrecciato un dialogo fra la propria interiorità e il cielo. In queste geometrie che alludono alla luna e al sole c’è tutta la ricchezza dell’universo che, riflettendosi sulla terra, diventa la struttura portante di una costruzione astratta, ma significante come un presagio di infinito. Il modo di comunicare di Serafini è immediato e spontaneo, ma la sua vera qualità pittorica sta nell’aver abbandonato il gesto come comportamento oggettivo e diligenza esecutiva, per privilegiare una capacità innata di raccontare le sinergie segrete fra i corpi celesti e l’effusione del colore. Al limite estremo di una spiritualità persino eccessiva, ci si trova qui di fronte a una vocazione, più che a un atteggiamento creativo, che sembra portare l’artista a celebrare un’intima solitudine meditativa e luminescente; una solitudine senza dubbio appagante, che è forse la consapevolezza della condizione umana eternamente in bilico, secondo l’abbagliante definizione di Pascal, fra il nulla l’infinito. I suoi lavori sono fatti di suono e di colore, trattenuti entro la segretezza dei toni, ma insieme contenuti nei confini di una scrittura geometrica che spesso allude alla figurazione. In ogni sua opera, dove spesso domina la magnificenza del rosso, e dove il gesto pittorico è fermo e delicato come quello che guida l’archetto di un violino, vibrano i rapporti segreti fra forma e materia, visualizzati in una sorta di danza circolare, in una coniugazione dei ritmi arcani di un altrove situato molto lontano – o forse molto vicino, per chi sa percepirlo.


LO “SPAZIO” DI GIULIO SERAFINI
Raffaella Zavatta

Luce compagna in una notte serena, piena, mezza, un quarto, una falce, quasi scompare, presenza da sempre nella vita dell’uomo, ritratta in ogni sua parvenza, in ogni sua fase. La luna, evocatrice di antichi misteri, regina delle maree, simbolo della serenità del riposo, inquietante richiamo alle tenebre della notte. Guardarla, osservarla rievoca antiche emozioni, risveglia memorie, apre, prima porta, la più vicina, la mente e l’animo alla vastità dell’universo a cui apparteniamo, di cui siamo parte.
Giulio Serafini, quella luna l’ha presa per noi, ce l’ha condotta vicino, perché possiamo sentirne la forza fisica, materiale, perché possiamo avvertirne la fisicità e, quasi in un vortice, farci rapire nel più profondo dell’animo. Serafini, con la sua maestria, che è tale e tanta solo se commista all’emozione e al sentimento, è abile guida nell’universo che è il nostro, che è vasto, immenso, forse infinito, che ci fa sentire così piccoli, ma grandi, pieni di immensità. La forza stessa che questo “maestro dell’incidere” imprime ai propri gesti nella creazione di ogni parte dell’opera, lavorando su materiali duri come la pietra, o duttili come il legno, dona ad essa il potere di sprigionare energia.

Quella di Serafini è una storia artistica particolare e importante. Particolare perché è stato il collaboratore, ma forse sarebbe meglio dire l’alter ego, di alcuni grandi Maestri della storia dell’arte contemporanea italiana, che avvalendosi della sua abilità di incisore, hanno presentato opere grafiche eccelse. Importante perché la sua capacità di essere contestualmente maestro e allievo di vita ed arte, di apprendere e, una volta appreso, insegnare, consigliare per ottenere il risultato migliore, in un continuo scambio di informazioni, sperimentazioni, ricerche, sensazioni, sentimenti, è virtù assai rara, soprattutto oggi, quindi importante. E lo spessore artistico che deriva dalle sue esperienze è quella chiave capace di spalancare la soglia di attenzione in chi ha la possibilità di osservare le sue opere da vicino, di apprezzarne la matericità e i cromatismi, di avvertirne l’energia. Energia emotiva, ma anche fisica, richiamo ancestrale ma anche proveniente dal futuro.


GIULIO SERAFINI-LA CRISI DEL SENSO
Luigi Dania

C’è una ragione del mondo, strettamente legata al sensibile, da cui consegue la sola ricerca soddisfattiva di bisogni inerenti la sfera materiale dell’essere e della società e che non si chiede la ragione del perché, ma del come: come meglio soddisfare i bisogni quotidiani e strettamente connessi alla struttura organizzativa della società.
E tutto si risolve in astruse formule, dalle quali derivare il valore politico, economico, culturale della società presa in esame e rispondente ad un modello di sviluppo ideale e politico di riferimento.
Ma c’è un’altra ragione del mondo strettamente connessa alla ricerca del perché, cioè a dire l’instaurarsi di quell’istanza dalla quale scaturisce l’ansiosa ricerca del fine.
E questa ragione, foriera di conflitti, a volte rimossi, tra l’essere senziente e la realtà, è condizionata da un senso di fatalistico ineludibile destino di morte
Così che nell’attuale, sempre più l’uomo è portato a soddisfare la sfera del contingente e all’accumulo di beni materiali, ispirato da quel desiderio di potenza che è lucido delirio di poter sfuggire quell’ineludibile destino, instaurandosi un processo di profonda anestetizzazione del senso dell’essere, al fine di eludere la soluzione radicale del problema, tale che il conflitto, lungi dall’essere risolto, sempre si riaffaccia con conseguente alienazione morale e spirituale.
Ed è attraverso questa contingenza che noi incontriamo l’Artista Giulio Serafini, il quale, lungi dalla soluzione del problema, tutto riconduce all’origine, a quella innocenza originaria che ha ancora il sapore del sogno, di quel senso del fantastico mediante il quale tutto è possibile, sia l’utopistica suggestione come pure tutta la fisicità razionale e cosciente, perché solo attraverso il filtro dell’amore che si fa sogno è possibile sconfiggere quel freddo determinismo che parrebbe ineluttabile legge dell’universo.
E l’amore o eros diviene energia vitale, legge riflessiva per cui tutto in lui ed attraverso lui si attua a lui tornando in un ciclo dinamico di un’esaustiva attività generatrice. Così che con Felliniana suggestione Egli si rifugia nel mondo poetico ed ideale della Luna, che sente come “madre”, origine certa che da valore all’attualità, ma che è anche asilo, porto sicuro ad ogni angoscia e, nel contempo, fonte di quel fantastico che è sale della vita e che da sempre ci salva dalla follia.
“Tornare bambino”, questo suggerisce il Serafini, per ritrovare il profumo di un seno odoroso, in cui si cela l’arcano di questo procedere nel mondo, di quella “voluntas vivendi” che è ragione di essere al di là d’ogni razionale certezza e d’ogni ideale convinzione.Un pittore animato da sincera partecipazione che presenta il suo mondo in ordine tra il mentale e il Lirico insieme”.


LE RAGIONI E L'OPERA DI GIULIO SERAFINI
Silvio Coccia

Visitando lo studio dell’artista si resta sconcertati, tanta è la forza imprigionata nelle sue opere, ma la cosa che più colpisce è proprio questo suo grande amore per la Luna che sente compagna di viaggio nella vita, ma anche maestra, musa ispiratrice e madre.
E come un figlio ed un amante non può sottrarsi al suo fascino, come pure a quel senso di sicura silente presenza che nei momenti in cui la vita ti prostra può ispirarti quell’antica saggezza per cui tutto è vano, tranne ciò che è veramente certo, come l’amore e i sentimenti più puriche esaltano l’esistenza, dandole valore di verità, quella verità che è dimensione dell’assoluto che in noi è manifestazione vitale e cosciente, ma anche comunione con tutto ciò che esiste e che avvertiamo come estatica sintesi spirituale.
E questa Luna Serafiniana, che è principio e simbolo femminile, raggiunge il suo acme nella sua “mater amorosa” derivandone, inconscio moto creativo, la figura della Vergine cristiana che è madre universale, intrinseca ispirata denuncia della crisi dei valori spirituali, propria dell’attualità contemporanea, mentre negli “amanti al chiaro di luna”, opera di Klimtiana bellezza ed armonia, Egli non trascura la trattazione dell’amore come relazione umana necessaria, connotandola di chiari simboli erotici, che è l’Eros il principio primo attraverso il quale la vita stessa si attua nel dualismo uomo-donna.
Le sue opere infatti pur aderendo ad un chiaro impianto Valentiniano sono fortemente condizionate dal Brancusi, di cui ripete gli elementi obeliscali, identificandoli come fallici, sottesa tensione esistenziale, ma ancor più desiderio di fondersi nell’arcano generativo.
Le Sue opere si svolgono in un dinamismo di masse globulari condizionate da forme raggiate quasi a definire una attività creativa dinamica ed incessante, ovvero un gioco di forme che procedono e poi tornano, in un moto che ha il sapore dell’eternità.
Ne consegue da parte dell’artista il parallelismo tra il dinamico universo e il microcosmo umano che stenta a trovare il senso e la direzione del proprio procedere nel mondo. In sintesi è la crisi del senso inteso come valore assoluto dell’esistenza, connotandolo anche come mancanza di una direzione progettuale, essendo venute meno quelle istanze ideali o utopiche visioni che si affrancavano dall’angoscia mortale, facendoci riscoprire la grandezza d’essere entità privilegiata e cosciente dell’universo, rievocando anche attraverso l’Eros gli eghi di ancestrali riti dedicati alla dea madre, allorquando l’umanità si sentiva realmente partecipe, sia in forma reale che ideale di tutto l’universo. Ma c’è nel movimento ordinato ed immutabile del Serafini il chiaro accenno all’avvento dell’uomo, al tempo in cui, presa coscienza del valore della realtà e del proprio ruolo attivo nel mondo, questi divenne elemento esterno ed accidentale , che come un cuneo incastrò, bloccò, modificò un ordinato universo , conseguendone una nuova e rivoluzionaria realtà.
E’ la denuncia della presunzione divina dell’uomo, il quale da sempre, anziché cercare le ragioni di quella primitiva armonia, sempre più la piega al proprio egoismo ed alla propria brutalità.Ma ciò che è inteso come turbativa di quel moto eterno ed immutabile, Egli l’accosta alla realtà della società contemporanea; allusivamente il Serafini pone l’accento sulle dottrine politico-economico-sociali, che rigidamente hanno pianificato o intendono pianificare un mondo ritenuto perfetto, ma che non tiene conto dell’individuo o dei singoli, i quali, in virtù d’un proprio patos, agiscono come il cuneo che blocca il meccanismo creato nella presunzione di un perfetto modello ideale di sviluppo sia economico-morale che politico-sociale.
Sottintendendo, in conseguenza, la stupidità di un convenzionalismo di pensiero o la pretesa di una società omologata e rispondente al rigido schematismo di un progetto politico, poiché nulla di ciò che è nella realtà può sfuggire ad una legge dinamica che è alla base stessa della realtà, in quanto vi è una intrinseca ragione per cui tutto muta si che bisogna coglierne gli accenni premonitori e comprenderli in una possibilità di armonizzazione continua . Vacua quindi è la presunzione che ogni nuovo progetto comporti in se un radicale e sostanziale cambiamento poiché ciò che era nel disegno originario non lo ha annullato, bensì modificato in altri concentrici movimenti, tutti ricompresi nella realtà, la quale ha mutato solo esteriormente adeguando e riarmonizzando la ragione ed il senso per la quale essa stessa esisteva.
Ed in definitiva, porre l’accento da parte del Serafini al ritorno a quel mondo primitivo, altri non è che la necessità di riscoprire le ragioni profonde della nostra attualità, quasi un percorso iniziatico, un mondarsi da quel peccato originario, l’assurda presunzione di avere nelle nostre mani l’assoluta verità come pure la folle ragione della vita e della morte. Riconsiderare quindi la semplicità e l’essenzialità di quell’amore dell’uomo verso l’altro uomo e dell’uomo verso tutto ciò che esiste è ritrovare un autentico esistenziale, che è amore, ma che nell’attualità contemporanea è divenuto solo mercificata convenzione relazionale.
Artista il Serafini dotato di forte dinamismo espressivo ed armonica composizione, ma nche di una vivificante interiore violenza ideale, il tutto addolcito da eteree atmosfere lunari, che conferiscono alla composizione reale capacità verbale, disvelando una poetica dell’anima, ma anche forte aderenza ai temi contemporanei, perseguendo un proprio stile espressivo che non può non affascinare, imponendosi, per precipue scelte formali e compositive, armonicamente e finalisticamente compiute.

 

 

 

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17 – 27 settembre 2009

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L'opera del Mestro Musardo è costituita da due sagome in alluminio che intrecciandosi danno vita a una scultura dall'effetto tridimensionale a grandezza naturale (170cm di altezza e 200cm di larghezza)

"Con la sua nuova opera scultorea Vincenzo Musardo rende omaggio alla grande età classica. In particolare l’attenzione dell’artista è rivolta alla figura di Fidia, lo scultore per eccellenza, colui che impresse a questa forma d’arte l’urgenza della realtà.
I due cavalli di Musardo, liberi e selvaggi, corrono appaiati e sono tanto vicini da sembrare un unico animale a due teste.